Li ho provati tutti gli sport a cui può avere accesso un ragazzo di periferia. Calcio, pallacanestro, pallavolo, pallamano, atletica, judo, aikido e poi sci alpino, sci da fondo, scialpinismo, ciclismo, mountainbike, equitazione, canottaggio, canoa, kayak, vela, windsurf, pingpong, tennis, golf, persino nordic-walking e chissà quanti altri che mi dimentico di citare. In tutti mi sono sempre dimostrato scarso, in nessuno è mai emerso un qualche briciolo di talento; mai.
Quello che veniva scelto per ultimo.
Sono cresciuto negli anni ‘60, quelli del boom economico, quelli della massima crescita demografica. La mia famiglia viveva in un condominio di 48 appartamenti circondato da un grande cortile: il nostro campo giochi. Ogni famiglia aveva almeno due figli, la nostra quattro; attiravamo bambini da tutto il circondario, trascorrevamo tutto il nostro tempo libero all’aperto sia in estate che in inverno. Nelle giornate buone nel nostro cortile si radunavano un centinaio di ragazzini. Tra i giochi più praticati c’era “Campanon”: dopo aver disegnato dei rettangoli con il gesso sull’asfalto bisognava saltare da uno di questi all’altro su una sola gamba raggiungendo il sasso che era stato tirato verso una casella. Poi si giocava a “Nascondino”, a “Guardie e ladri” che si giocava in squadre e a “Ruba bandiera”. D’estate si organizzavano le “Olimpiadi” della parrocchia. Ero negato in tutti questi giochi. Si tirava a pari e dispari per scegliere i migliori partecipanti al gioco del momento da distribuire tra le squadre. Venivo scelto come ultimo, sempre, e spesso relegato in porta se si trattava del calcio. Poi è arrivata l’ora della pallacanestro, ero tra i ragazzi più alti e sembrava che dovessi essere un predestinato; macché, ero goffo, scoordinato, lento di riflessi. Giocando a basket ho rimediato la frattura di un dito e del naso perché saltavo fuori tempo. Dalla pallavolo sono stato cacciato durante il primo allenamento per manifesta inettitudine. La mia struttura fisica gracile indusse i miei ad indirizzarmi al canottaggio.
La passione c’era, mancavano i risultati.
Non vivevamo distante dal bordo della laguna di Venezia, lì dove inizia il ponte translagunare ho frequentato la gloriosa Canottieri Bucintoro per un paio di anni, la raggiungevamo in bicicletta, era una passeggiata di cinque chilometri. Ho provato ogni tipo di imbarcazione, jole, skiff, singoli, a due, a quattro, a otto, con e senza timoniere, non c’è stato nulla da fare, mi divertivo perché c’erano molti amici, ma risultati no, non venivano. Di seguito ho iniziato con il Tennis, l’ho praticato per molti anni, senza risultati. Mi piaceva molto il tennis, ma faticavo a trovare partners con cui giocare, per cui alla fine pagavo un maestro che mi facesse da allenatore. È durata almeno venti anni la passione, ma lo ammetto, ero una schiappa; alla fine ho smesso.
Gli anni della mountain bike
Alla fine degli anni ’80 sono apparse in Italia le prime mountain bikes; mi sono subito innamorato di questo sport al punto da fondare un Mountain Bike Club chiamato la “Ruotalpina”. Organizzavo gli allenamenti, ne ricordo uno in preparazione della “Rampilonga” che presentava un dislivello di migliaia di metri: il percorso partiva da Fiera di Primiero al passo della Gobbera con deviazione alla chiesa di san Silvestro, un luogo incantato e panoramico, seguiva la discesa verso Canal San Bovo, poi la lunga salita al lago di Calaita e alla relativa forcella, da lì la discesa verso San Martino di Castrozza e la salita verso Marga Ces ed i laghi del Colbricon fino a Passo Rolle al termine della quale proseguiva una lunga discesa costeggiando le pale di San Martino fino all’altopiano dei Piereni e infine la ripidissima picchiata di rientro verso Fiera di Primiero. In tutto pedalavo per 70 chilometri, ore seduto sulla sella. In discesa, a causa della velocità, dovevo frenare così forte che per il surriscaldamento dei cerchioni mi esplodevano le camere d’aria, per fortuna avevo i rimpiazzi. Ho organizzato anche le gite sociali e le gare. Convinto di avere una buona preparazione alle spalle decisi di dare una svolta anch’io all’attività agonistica. Mi iscrissi, con l’amico Nanni, ad una competizione molto impegnativa: il “Jazz Band Rally”. Impegnativo il percorso, impegnativa la quota di iscrizione: 100.000 lire del 1990. Da Malcesine sul lago di Garda ci si inerpicava lungo una salitona di 30 chilometri fino in cima al Monte Baldo a 1600 metri s.l.m. Lassù abbiamo trascorso la notte in una tenda canadese; la mattina dopo di buon ‘ora eravamo pronti per la lunghissima discesa fino a Peschiera del Garda. I complessivi 120 chilometri di sterrato e sentieri erano massacranti. Durante la notte trascorsa in tenda, Nanni ed io, per dare tregua al dolore alle gambe, ci dopammo assumendo degli allora nuovi antinfiammatori inibenti la COX-2. Non servì a molto: il giorno dopo arrivammo a Peschiera ultimi, non tra gli ultimi: proprio ultimi!
Dalla riabilitazione alla corsa
Ho sempre sciato, fin da bambino piccolo, per cui ho frequentato anche lo sci club. Inforcavo sempre i pali durante gli allenamenti e quando c’erano le gare, ovviamente il mio pettorale era sempre altissimo, i solchi intorno ai paletti erano già così profondi che dopo poche curve volavo regolarmente fuori pista. E così che un bel giorno mi sono rotto il legamento crociato anteriore ed il menisco. La riabilitazione dopo un infortunio di questo genere è una cosa noiosissima e lunga; fatta di ginnastica, fisioterapia, elettrostimolazione, osteopatia, massaggi, tapis roulant senza fine. Per saggiare il recupero del ginocchio ho iniziato a correre all’aperto, ormai era arrivata la primavera, gli esercizi al chiuso mi opprimevano. I primi tempi già dopo dieci minuti il ginocchio si rigonfiava, ma non ho mollato e non ho smesso di correre. Seguendo una tabella di marcia precisa un poco alla volta sono riuscito ad aumentare le distanze. Ricordo gli interminabili rettilinei lungo i campi di granturco; allora abitavo in aperta campagna. Prima di allora non ero abituato alla corsa, ogni tanto mi capitava di fare una corsetta, ma mai per più di 25, 30 minuti e sempre in compagnia di qualcuno con cui conversare per ingannare il tempo e quella che ritenevo noia. Per superare il tedio delle corse in solitaria decisi di aderire ad alcune corse non competitive domenicali allo scopo di avere degli obiettivi ulteriori. Ogni domenica, nel raggio di 30 chilometri da casa vengono organizzate delle corse non competitive alle quali partecipano centinaia di persone, talvolta migliaia, persone di ogni tipo: iscrivermi a questi eventi è stato uno stimolo enorme. Mi sentivo parte di un movimento. Così ho coinvolto anche Patrizia e qualche amico. Invece di ingaggiare la babysitter per le uscite serali, noi la chiamavamo per partecipare alle competizioni podistiche della domenica mattina in giro per la marca trevigiana.
Il mio obiettivo era la maratona
Non sono mai stato attratto dalla competizione con gli altri, ma l’esigenza di migliorarmi l’ho sempre avuta, per cui dopo le corse di 10 chilometri c’è stato il passaggio ai 15 e poi alla mezza maratona (21,0975 km). Da allora il mio obiettivo è diventato quello di correre LA MARATONA (42,195 km). Per non farlo da solo mi sono iscritto al Gruppo Podisti Ospedalieri che ogni domenica organizzava la partecipazione alle competizioni provinciali e oltre. La preparazione alla Maratona è una cosa seria, soprattutto per un brocco come me. Ci è voluto un anno per preparare la prima. Ricordo bene come alla partenza della prima maratona a cui ho partecipato, quella di Venezia che partendo dalla villa di Stra sulla Riviera del Brenta arriva alla Riva dei 7 Martiri lungo il bacino di San Marco a Venezia. Erano le 7 di mattina quando scendendo dall’autobus affittato dal Gruppo Podisti Ospedalieri per i partecipanti rimasi basito osservando i veterani della corsa sulle lunghe distanze che nell’attesa della partenza addentavano degli enormi panini con soppressa alla faccia della rigida dieta a Zona specifica per podisti che stavo seguendo.
Il panino con soppressa e formaggio non sono mai riuscito ad affrontarlo, ma da allora sono riuscito a portare a termine quattro maratone tra cui quella di New York. Il coinvolgimento di Patrizia è stato fondamentale; per seguire correttamente il piano degli allenamenti ci vuole complicità in famiglia e lei me ne ha concessa a piene mani. Mentre noi ci preparavamo con diligenza ed impegno alla corsa abbiamo conosciuto atleti di enorme esperienza e dilettanti allo sbaraglio che correvano forte nonostante la pancia e le Superga in tela che a me avrebbero procurato una immediata tendinite bilaterale. Quasi tutti coloro che ho conosciuto e frequentato durante gli allenamenti di quegli anni, nonostante le Superga in tela, erano più forti di me. Ma non me ne sono mai curato. Piano piano la corsa è entrata nella mia vita e di soppiatto si è impossessata completamente di me.
La svolta (quasi) mistica
La storia che inizialmente mi raccontavo era che la corsa è uno sport democratico alla portata di tutti al costo di un buon paio di scarpe. Poi mi dicevo che la corsa è la forma di allenamento migliore perché per chi ha poco tempo a disposizione come me consente di ottimizzare i tempi, ottenendo il massimo vantaggio nel minor tempo potendo praticarla ovunque si sia da soli o in compagnia.
Sono tutte cose vere, ma in realtà quello che la corsa mi regala e che da allora cerco sempre è quantità gratuita di endorfine che correndo si libera dentro di me. Si tratta di sensazioni che non avevo mai provato prima ed è qualcosa che mi ha preso di sorpresa che non avendolo mai immaginato.
Correre non è uno sport: è un’arte marziale. Ci vuole disciplina, dedizione e spirito di sacrificio. In cambio si può ricevere la meraviglia, lo stupore e l’incanto, alcune delle cose per cui vale la pena di vivere e di tenere duro in mezzo alle avversità. Qualsiasi sia il mio stato d’animo, mentre corro, pian piano, vivo la sensazione che il grigio che mi circonda e in cui spesso accade che mi ci trovi immerso si dissolva lasciando spazio alla fantasmagoria dei colori. Quando corro, quello che vedo si illumina, sembra che io stia lavando una bicicletta completamente incrostata dal fango usando la pressione della canna dell’acqua. Man mano che riesco a sciogliere il fango i colori di fondo riappaiono in tutto il loro splendore. Mentre corro si materializza in me la precisa consapevolezza che oltre il grigio delle nuvole c’è sempre l’azzurro del cielo infinito. In quel momento tutta le mie fatiche e gli sforzi trovano la ragione per esistere mentre si sublimano in quella che non posso definire altrimenti che una esperienza psichedelica, una esperienza di apertura mentale. Allora la mia mente si libera dei brutti pensieri ossessivi e ricorrenti mentre la mia visione si ampia, mentre il concetto di lungimiranza mi appare chiaro e nitido. In quei momenti emergono le intuizioni migliori; è proprio allora che riesco a prendere le migliori decisioni senza che i condizionamenti provocati dalla paura, dai sensi di colpa, dal timore del giudizio altrui riescano a influenzarmi. Mentre il cervello produce le endorfine liberate dalla corsa il velo di Maya si squarcia di fronte ai miei occhi, in quell’istante diventa chiaro cosa sia solo illusione e cosa abbia veramente valore. Mentre il dolore e la fatica passano in secondo piano emerge forte e chiara la consapevolezza di chi io sia davvero e su cosa conti davvero per me. Immagino l’illuminazione in questo modo: quella provocata dall’uso di sostanze lisergiche come i funghi e le pozioni degli sciamani. Una sostanza illuminante che non arriva dall’esterno intossicando il mio corpo, ma che arriva da me stesso, migliorandomi. È sublime che una azione semplice, una azione che è a disposizione di tutti da sempre, una azione che può essere definita banale possa renderci migliori per un po’. Una azione come la corsa, se saremo in grado di tenere aperti gli occhi e sollevato lo sguardo, può avvicinarci all’assoluto. Ne vale la pena.