Il Carnevale di Venezia; insieme a quello di Rio quale festa cittadina è così celebrata? Chi non vorrebbe perdercisi? La newsletter “Sunday Post” a proposito del Carnevale di Venezia che il giornale online il POST invia ogni domenica agli abbonati ha improvvisamente dato la stura ad un flusso di ricordi risalenti a più di quarant’anni fa che avevo archiviato tra le memorie perdute di un’epoca ormai lontana. Di che si parla nella newsletter? Del fatto a me ben risaputo che il Carnevale di Venezia non è più dei veneziani e che questa non è di certo una novità, ma quello che mi ha colpito di più è il riferimento che l’autrice, Viola Stefanello, per sostenere la sua tesi, ha fatto ai Carnevali del 1979 e del 1980 come quelli di una specie di miracolo. Posso dire con un certo compiacimento che quei due anni c’ero anch’io e qualcosa la posso testimoniare in prima persona, nel mio piccolo e modesto. Quei due sono stati gli anni del rilancio del Carnevale di Venezia in grande stile.
Dai dipinti storici ai ricordi di un bambino
Prima di allora di carnevale aVenezia non c’era traccia in città salvo nei quadri del settecento veneziano e nelle dotte citazioni relative al 1094 e alla ufficiale proclamazione dei festeggiamenti nel 1296. Come appena detto, io c’ero a Venezia in quegli anni, non in quelli medioevali, e leggerne ha rievocato con potenza le emozioni di allora fino al punto da volerne scrivere allo scopo di mettere un po’ di ordine ai ricordi e alle emozioni. La memoria non è come aprire il baule dove abbiamo depositato i nostri ricordi rimossi; è qualcosa di molto più complesso, ma pure impreciso, collegato alle emozioni che abbiamo provato a quell’epoca.
I miei ricordi infantili di carnevale sono quelli di un bambino che nel corso di festine casalinghe indossa costumi da cow boy o da capo indiano per i maschietti e di squaw o principesse avvolte in nuvole di tulle per le femminucce. Poi a partire dall’adolescenza a proposito del carnevale scatta il black out più totale. Da ragazzi, erano quelli gli anni dell’impegno ideologico, non ci sfiorava neppure lontanamente l’idea di mascherarci per divertimento. Giammai! L’unico ricordo carnevalesco che mi resta degli anni del liceo è quello di furibonde battaglie goliardiche a colpi di sacchetti di farina e clave di plastica nella Piazza Ferretto a Mestre o in Campo San Bortolo a Venezia che guardavamo con compassato distacco. I partecipanti erano perlopiù torme di maschi esagitati che sfogavano la propria frustrazione sessuale menando a più non posso il malcapitato di turno. Nulla di diverso dal comportamento dei teppisti pseudotifosi da stadio che travolti dalla loro tempesta ormonale confondono lo sfogo violento con il divertimento. Un surrogato dei “panem et circenses”.
Un inizio un po’ snob
Poi, era il 1979, accadde l’impensabile; il comune e la biennale con il sostegno di una radio privata decisero di organizzare una festa pubblica in Piazza San Marco che fu un grande successo. Essa attirò migliaia di persone che festeggiarono pacificamente; la stagione della violenza stava stufando tutti, era l’inizio dell’epoca del disimpegno e il diritto al divertimento stava per essere sdoganato. Fu questo episodio che decretò il ritorno del carnevale a Venezia in pompa magna. Noi nel 1979 evitammo la festa in Piazza San Marco, nonostante ci considerassimo ancora impegnati va ammesso che sotto sotto eravamo pure un po’ snob, perciò quell’anno decidemmo di festeggiare il martedì grasso recandoci al carnevale a Burano, una remota isola lagunare, dove da anni si tiene una bellissima festa di Carnevale. L’idea di una festa in piazza san Marco ci pareva troppo poco autentica, l’ora di vaporetto che dalle Fondamenta Nuove di Venezia porta a Burano garantiva ai nostri occhi una adeguata selezione naturale. Infatti fu bellissimo poterci mescolare ai buranelli da parte di tanti ragazzi dell’entroterra che senza nessun inquinamento provocato dalla presenza di turisti si sentivano parte di una festa autentica.
1980
L’apoteosi ci fu l’anno dopo, mentre il carnevale 1979 era stato una sorpresa, quello del 1980 fu un trionfo. Quell’anno preparavo Anatomia Umana, il primo vero scoglio per chi studia medicina, stavo studiando con impegno frequentando l’università quotidianamente, ma grazie al passaparola tra amici che mi raccontavano di meraviglie in corso a Venezia riuscii a staccare per alcuni giorni partecipando a eventi che furono eccezionali. Presso la punta della Dogana era ormeggiato il Teatro del Mondo di Aldo Rossi, una grandiosa struttura di legno alta 25 metri di legno che conteneva un teatro galleggiante, ogni campo della città era palcoscenico per performance teatrali tra le quali ricordo le meravigliose Tauromachie e immensi girotondi e danze collettive. Tutto si svolgeva con gioia mista a garbo, c’era una partecipazione collettiva genuina e spontanea. In città c’era sempre un concerto a cui partecipare, i teatri erano sempre aperti, a partire dal Gran Teatro della Fenice illuminato a giorno. Riuscii a vedere esibirsi Lindsay Kemp, il maestro di David Bowie al Goldoni e Dario Fo che riceverà più avanti il premio Nobel per la letteratura. La parola d’ordine per tutti era partecipare attivamente, di giorno fino a notte fonda.
Facevo base presso il workshop/laboratorio di Giulia Mafai a San Samuele dove chiunque lo volesse poteva farsi dipingere il viso; credo sia nata lì la tradizione delle meravigliose decorazioni carnevalesche del viso per il quale il carnevale veneziano è famoso. L’atmosfera in città fu di incanto e meraviglia, la televisione riprendeva tutto giorno dopo giorno e così vennero attirate sempre più persone fino alle 100.000 della sera del martedì grasso in Piazza San Marco; davvero troppe. Ci vollero ore per arrivarci, faceva un freddo terribile e dopo le 22 iniziò a nevicare creando una atmosfera d’incanto.
Nulla è più come era stato
In fisica come nella vita subito dopo che le cose hanno raggiunto l’apice non può accadere null’altro che vederle ridiscendere. Non c’è alternativa e a mio avviso è inutile alimentare particolari rimpianti a questo proposito. Il problema è che mentre si vive nella bolla dell’entusiasmo di chi sta lassù in cima non ci se ne rende conto. Il richiamo del carnevale veneziano fu tale negli anni successivi che la città durante il Carnevale si bloccava del tutto. Letteralmente da tutto il mondo chiunque avrebbe voluto rivivere la magia del primo carnevale veneziano. Tutto ciò è oltre la possibilità di accoglienza di una città unica e fragile dove vivere e lavorare è sempre meno semplice che altrove. Degli anni successivi ho ricordi di ore e ore trascorse bloccati in coda e stipati come sardine nelle calli veneziane nel tentativo di raggiungere una meta impossibile. Non c’è stato numero chiuso, non c’è stato senso unico alternato per pedoni che sia riuscito a dare un indirizzo alla marea umana e a contenerne la forza distruttiva. Di questo e non solo i cittadini veneziani hanno sofferto e soffrono per cui troppo in fretta il carnevale è sfuggito dalle loro mani diventando una cosa diversa. Anche se le maschere sembrano sempre le stesse, anche se il volo della colombina non sembra diverso, anche se fotografie ed i servizi giornalistici mostrano lo stesso scenario, nulla è più come era stato.
L’élite e la marea
Il Carnevale di Venezia è ormai diventato un evento che si è polarizzato su due estremi opposti: da un lato ci sono le feste esclusive e irraggiungibili (per i prezzi d’accesso, per il costo delle maschere, etc) che corrispondono a eventi privati che si tengono nei fastosi palazzi nobiliari affacciati sul Canal Grande e che sono riservati alle élite e al jet set internazionale, dall’altro lato c’è lo struscio di chi utilizza Venezia e il suo carnevale per farsi dei selfie trascorrendo poche ore a Venezia e riducendo la città ad un oggetto usa e getta. Per vent’anni ho avuto uno studio situato a cinque minuti dal ponte di Rialto dove esercitavo la mia professione. Il mio è un lavoro che si confronta con i bambini, tutti residenti in città, l’ortodonzia non tratta i turisti per ovvi motivi legati alla durata delle terapie. I primi tempi ho tentato di utilizzare le vacanze carnevalesche, quando la scuola chiude, per offrire un servizio supplementare ai miei pazienti. Non ha mai funzionato perché chi può tra i veneziani scappa durante il carnevale e lascia la città mentre essa viene invasa da una marea umana che la rende invivibile.
C’è chi ricorda gli anni di quando è iniziato il Carnevale di Venezia con rimpianto, io invece li avevo completamente scordati. O rimossi? Intanto le pietre di Venezia guardano tutto quello che accade in città silenziose mentre “THE SHOW MUST GO ON”.