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L’INDIA DA’ TANTO, MA POI SI RIPRENDE TUTTO CON GLI INTERESSI (il trionfo del buio/“nada”)


Ugo d'Aloja - 15 Settembre 2025 - 0 commenti

Nella vita ognuno è libero di assegnarsi una priorità. La mia è “family first”. Così come il Pantheon indiano colloca al proprio centro Brahma, Shiva e Visnù (la Trinità Indù), che sono l’espressione diversa di una unica rappresentazione divina: il Brahman, al centro del mio personale Pantheon è posta la “Sacra Trimurti”, formata da Patrizia, Carolina ed Angelica. Si tratta di mia moglie e delle mie figlie; siamo una famiglia. Ho ricevuto da loro amore, soddisfazioni, la ragione per vivere. In pratica tutto. Insieme abbiamo fatto cose straordinarie e altrettante so che ne costruiremo nel futuro.

Restituire qualcosa: l’ortodonzia come un bisogno

Riflettendo sulla meraviglia in cui ho il privilegio di vivere immerso e ragionando sul mio percorso di crescita personale, mi sono imbattuto nella teoria della gerarchizzazione dei bisogni di Abraham Maslow, uno degli psicologi più citati del XX secolo. Spiegata in maniera molto semplice la sua “Piramide dei Bisogni” descrive benissimo come sia innata nell’uomo l’esigenza di soddisfare in maniera progressiva le proprie esigenze accomunandole alle proprie motivazioni. All’inizio del proprio percorso l’essere umano prova l’esigenza di soddisfare i propri bisogni di base. Sono quelli fisiologici, quelli che hanno a che fare con la sua sopravvivenza. Man mano che i bisogni di base vengono soddisfatti, si aggiungono quelli legati alla propria sicurezza, quelli connessi all’appartenenza ad un gruppo (e a una società). Poi emerge la necessità di soddisfare bisogni sempre più complessi come quelli di essere stimati e autorealizzati. Sono consapevole delle critiche a cui questa visione delle cose si espone, ma essa si adatta abbastanza bene al mio caso. Dopo aver raggiunto gli obiettivi che mi sono posto nel corso del mio piano di studi, ho creato un mio spazio professionale e formato una famiglia. Mentre tutto ciò avveniva è cresciuta lentamente in me l’esigenza di restituire qualcosa di quello che stavo ricevendo. Inizialmente le mie energie si sono riversate sulle associazioni professionali e società scientifiche ortodontiche, fulcro della mia vita professionale che si è trasformata in una passione. Il mio progetto era quello di cercare di elevare la consapevolezza mia e dei colleghi sull’importanza del nostro ruolo nella società e di quanto sia fondamentale svolgerlo in maniera etica, secondo scienza e coscienza, per ottenere il riconoscimento e il rispetto da parte della popolazione all’interno della quale operiamo e di cui facciamo parte.

La mia esperienza in India

Con il passare del tempo tutto ciò non mi è più bastato, l’esigenza è diventata quella di dare una concretezza più tangibile alla mia azione per sfuggire ai pensieri sabotanti ideati dalla mente errante che alloggia in ciascuno di noi. Così, con la mia famiglia, abbiamo iniziato a sostenere un piccolo orfanotrofio situato nel sud-est dell’India, vicino alla sconosciuta città di Vijayawada posta al centro dello stato dell’Andhra Pradesh, decidendo di trascorrere laggiù tutto il nostro tempo libero.  Lo abbiamo fatto per almeno dieci anni della nostra vita. Abbiamo contribuito alla sopravvivenza di centinaia di bambini orfani e sieropositivi, con assistenza medica e sanitaria svolta in prima persona sul campo. Abbiamo finanziato la costruzione di case che potessero dare un tetto all’infanzia abbandonata. Abbiamo fondato un ente benefico per raccogliere il danaro a sostegno del progetto.  Abbiamo raccolto dalle strade bambini derelitti strappandoli da contesti disumani, con molti di loro abbiamo creato forti legami. Abbiamo contribuito all’educazione scolastica di molti bambini che poi da ragazzi hanno trovato la loro strada nella società. Abbiamo visto morire molti di loro perché non ce l’hanno fatta. Abbiamo visto adulti avidi approfittare dei bambini e del nostro lavoro instancabile. Abbiamo visto arricchirsi e cambiare enormemente la società indiana senza che nulla cambiasse davvero per gli ultimi degli ultimi. Ci siamo scontrati con l’Idra dalle nove teste: tagliata una ne ricrescevano due.  Abbiamo toccato con mano cosa significasse essere condannati alle fatiche di Sisifo.      
 

Spostando il velo di Maya

A tutto questo ho dedicato un pezzo della mia vita. Una vita come la mia non servirà a fare luce sui misteri dell’India, impresa che non è riuscita a persone ben più intelligenti di me, ma serve a condividere esperienze indicibili, esperienze che se rimanessero seppellite nei meandri del mio misero cervello rischierebbero altrimenti di perdersi. In India si impara che la realtà non esiste, che la vita come la intendiamo noi è solo una illusione a cui rimaniamo pateticamente aggrappati per la paura che le cose possano cambiare in peggio. In India le scale dei valori a cui siamo tenacemente attaccati sono sovvertite. Se ne ricava un insegnamento utile ad aprirci gli occhi su ciò che è oltre. Spostando il velo di Maya si scopre che al di là ce n’è un altro,

e poi un altro,

e poi un altro,

e poi un altro,

e poi un altro,

e poi un altro,

e poi un altro…

La sofferenza in India si vede ovunque, in India si trova quello che Hemingway ha descritto nel suo racconto “Un posto pulito, illuminato bene”: il buio del Nada che sgomenta e fa venire le vertigini e che lui invoca con questa preghiera agnostica:

O Nada che sei nel Nada, sia Nada il tuo nome, Nada il tuo regno, sia Nada la tua volontà così in Nada come in Nada. Dacci questo nada il nostro nada quotidiano e nadaci il nostro nada come noi nadiamo i nostri nada e non nadarci in nada ma liberaci da nada; pues nada, Ave niente pieno di niente, niente sia con te“. (H.H. 1926)

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