Ogni volta che mi piazzo davanti alla tastiera del computer per scrivere una pagina del mio blog personale il mio atteggiamento muta a seconda degli stimoli che ricevo dall’esterno e dell’ispirazione che trovo in me stesso. Oggi lo spunto esterno è una vecchia ed illuminante intervista rilasciata da Umberto Veronesi (ricorre il centenario dalla nascita) con il contributo della mia vena sentenziosa.
Medicina moderna, mercato moderno.
L’attuale medicina, e con lei l’ortodonzia, non ascolta più il paziente ma è concentrata sull’utilizzo dei potenti mezzi che la tecnologia ci mette nelle mani. Di conseguenza si piega la sorte del paziente agli strumenti di cui disponiamo; “…non vorrà mica rinunciare agli enormi vantaggi che la moderna tecnologia digitale offre?”, lo sento ripetere sempre più spesso, come se un approccio prudente e non incentrato solo su obiettivi che con la salute non hanno nulla da condividere, fosse retaggio di un passato ormai sepolto perché retrogrado. Da sempre è un errore gettare il bambino insieme all’acqua sporca; nulla da dire sull’utilizzo delle moderne tecniche digitali, anzi, ben vengano se servono ad aiutare a curare meglio i nostri pazienti. Ma cerchiamo di non essere ingenui, la tecnologia, come tutto, ha un prezzo, chi la produce deve rientrare dall’investimento. Perciò la tecnologia all’avanguardia, meglio se supportata dall’Intelligenza Artificiale, l’AI non può mancare mai, viene venduta in base alle leggi del moderno marketing che cerca con ogni mezzo disponibile di indirizzare, o meglio di manipolare, i propri utenti. Che siamo noi medici.
Posizione Dominante
L’ascolto non è un mezzo tecnologico, è un atto volontario e attivo di attenzione focalizzata sull’altro. L’ascolto per questo da sempre aiuta a creare la buona relazione terapeutica con i nostri pazienti. Esso non ha un prezzo calcolabile in danaro, ma ha un costo umano ed emotivo enorme che qualunque medico deve mettere in conto di dover pagare.
Il primo costo è il tempo da mettere a disposizione dei pazienti se li si vuole ascoltare davvero. Siamo noi medici a dover offrire il nostro tempo. Noi siamo in una posizione di forza; è un fatto che l’essere medici pone in una posizione sbilanciata rispetto ai pazienti perché il medico possiede la conoscenza ed obiettivamente questa è una posizione dominante. In una relazione come quella terapeutica chi dovrebbe fare la fatica di capire il linguaggio del prossimo è il medico. Il tempo dedicato a capire quello che cerca di esprimere il paziente e lo sforzo dedicato a interpretare il disagio e la sofferenza che ci sta di fronte non si può evitare. Spesso il linguaggio dei pazienti non è chiaro, spesso i pazienti non sono capaci, o non vogliono, spiegare per bene i propri sintomi e bisogni. Non basta dedicarsi alla comprensione del linguaggio verbale, nella comunicazione c’è da interpretare anche il linguaggio del corpo, il linguaggio dei segni, il significato dei silenzi, delle pause.
Un sapere perduto
A questo punto entra in gioco il secondo costo da calcolare: la fatica. Ascoltare e interpretare costa fatica, bisogna mettersi nei panni di chi ci è di fronte e questo impone uno sforzo di concentrazione notevole. In quel preciso momento il paziente che ci sta di fronte deve trovarsi al centro del nostro universo e il paziente questo lo deve percepire nettamente affinché la relazione terapeutica possa dare i propri frutti. L’ascolto in medicina è da sempre stata una materia di insegnamento nel programma di studio: questa materia, che fa parte degli esami del terzo anno del corso di medicina, si chiama semeiotica. Lo studio dei segni. Da sempre i medici hanno toccato, palpato, percosso, auscultato, assaggiato i propri pazienti. Troppa medicina moderna e con lei troppa ortodonzia, si limita a esaminare sullo schermo di un computer gli esiti degli esami prescritti da dietro la scrivania. L’utilizzo delle macchine, quella che chiamiamo la semeiotica strumentale, invece di integrare gli antichi sistemi, li ha sostituiti. L’avvento del digitale ha amplificato questa situazione facendo perdere il contatto con il paziente. Qui non me la prendo con l’Intelligenza Artificiale che nella pratica diagnostica e terapeutica già ora può sostituire molte attività mediche. Me la prendo con chi non fa quello che per ora l’intelligenza Artificiale non può fare. Non lo affermo in forma metaforica, lo dico proprio nel concreto: i pazienti non li si tocca e palpa più come una volta e aver perduto questa pratica è una perdita del nostro essere medici. Quel sapere perduto è un sapere perduto per sempre.
Che scrivo di ascolto a fare?
Nel frattempo dopo che il mio medico di famiglia è andato in pensione quello che lo ha sostituito dopo due mesi si è trasferito. Da allora sono stato senza medico per sei mesi. Quando me ne hanno assegnato uno nuovo questo non ha perso tempo e ha subito contestato la terapia prescrittami dall’ospedale dopo il mio ricovero per polmonite bilaterale; ho dovuto cambiarlo di nuovo e sentir sussurrare dall’ennesimo dottore che lui “fa anche le punturine per spianare le rughe” … ma che scrivo di ascolto a fare?