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IL RICHIAMO DELLA FORESTA (DAS WALD)


Ugo d'Aloja - 17 Novembre 2025 - 0 commenti

QUANDO: solstizio d’estate,

DOVE: Schwaben (Svevia), regione storica e linguistica della Germania meridionale.

  In occasione della particolare congiuntura astronomica a cui corrisponde il giorno più lungo dell’anno, il solstizio d’estate, ho deciso di fare un regalo a mio padre ultranovantenne e a me stesso: siamo tornati nei luoghi dove mio padre conobbe mia madre più di settantacinque anni fa e dove io ho passato lunghi periodi della mia infanzia. Quei luoghi si trovano presso una cittadina del distretto della Svevia, uno dei sette in cui è divisa la Baviera, il più grande dei Land che formano la Germania.

    Krumbach è il nome di quella cittadina; si tratta di una località poco nota pur non essendo remota perché è tagliata fuori dalle grandi rotte di comunicazione stradale; per arrivarci bisogna volerci andare di proposito, non ci si capita per caso.  Krumbach è avvolta da immensi boschi di faggi e di abeti che si stendono senza fine sui dolci pendii delle colline dalle quali è circondata. A breve distanza dal centro abitato c’è il Krumbad, una antica stazione termale di origine medioevale, la più antica della Svevia. Presso quel luogo antico trasformato in un bell’albergo siamo stati ospitati. Non lontano dal Krumbad esiste ancora un cimitero ebraico situato ai margini del bosco. Prima della seconda guerra mondiale, ogni cittadina tedesca ospitava una piccola comunità ebraica. Verso il centro di Krumbach ci sono ancora i resti della sinagoga dove la comunità ebraica locale si raccoglieva in preghiera prima che la stupidità umana decise di darvi fuoco nel 1942.

Il 62,5%

   Nel secondo dopoguerra mio padre usava trascorrere le sue vacanze universitarie in Germania per esercitarsi nella lingua tedesca, quella parlata da suo nonno paterno che si era trasferito dalla Germania all’Italia per impiantarvi i primi zuccherifici. Fu così che mio padre conobbe mia madre a Krumbach dove si fidanzarono. Per questa combinazione genetica posso affermare che nelle mie vene circoli più sangue tedesco che sangue italiano; Il 62,5% a essere pignoli. Mia madre, nata a Ratisbona (Regensburg), crebbe a Krumbach perché suo padre agronomo vi era stato trasferito per occuparsi del Forstamt, l’ufficio forestale distrettuale. Mio nonno, convinto sostenitore del nazionalsocialismo, in occasione della campagna di Russia, si offrì come volontario pur di parteciparvi. Per età, per una menomazione fisica e per l’elevato numero di figli, quattro, avrebbe avuto diritto all’esenzione dal servizio militare, ma il suo orgoglio gli impedì di approfittarne. Non tornò a casa neppure da morto; dopo essere stato ferito morì in un qualche luogo sconosciuto, tuttora luogo di conflitto, situato nei pressi di Charkiv (Charcov), nell’attuale Ucraina orientale, sulla strada della battaglia di Stalingrado.

Quando l’atmosfera si fece mistica

   Appena arrivati alla stazione termale, il KrumBad, dopo aver condiviso tutti questi ricordi durante il lungo viaggio dall’Italia, mio padre ed io imboccammo uno dei sentieri e ci inoltrammo nel bosco. Il 21 Giugno in Germania il sole tramonta tardissimo. Dopo poche decine di metri ci trovammo immersi nel verde circondati dagli innumerevoli tronchi di alberi secolari tra i quali altissimi faggi dalla corteccia liscia; alberi particolarmente adatti ad essere abbracciati. Il rispetto per il bosco in Germania ha qualcosa di sacrale. La volta verde ci apparì come quella di una enorme cattedrale gotica sostenuta da altissime colonne. Il sentiero tortuoso che avevamo imboccato si allontanò subito dalle strade principali diventando sempre più stretto. Alla fine di questo arrivammo di fronte ad una cappella votiva costruita in legno di abete oltre la quale lo sguardo si aprì su di una ampia radura circondata dal bosco. La brezza agitava l’erba che si muoveva come un mare verde.  Non c’era un‘anima viva oltre a noi. Per contemplare lo spettacolo e per riposare le gambe quasi secolari di mio padre, ci sedemmo su una comoda panchina, pure questa intagliata nel legno di abete; del bosco non si getta nulla. Il nostro sguardo poteva spaziare lontano, così lontano da vedere le mura recentemente ridipinte di bianco del vecchio cimitero ebraico. La sua presenza contribuisce a mantenere viva la memoria su ciò che è accaduto. Al limitare della foresta, in lontananza, fecero capolino alcuni caprioli che verso sera, da sempre, vengono a brucare l’erba del prato. L’atmosfera si fece mistica.

L’antro dello Stregone

  Il bosco, in quella regione sperduta è parte integrante della storia di quei luoghi perché è sempre stato una risorsa vitale per le comunità locali; questo spiega il rispetto e il culto attuale nei suoi confronti. Mia nonna materna, presso la quale ho trascorso lunghe vacanze estive da bambino, era solita portarmi con lei nel bosco per raccogliere la legna per la stufa e in stagione per raccogliere i frutti di bosco ed i funghi. Ci si svegliava all’alba, si caricavano dei contenitori di alluminio ammaccato su di un carretto di legno sgangherato e si partiva. Mia nonna conosceva i luoghi segreti dove cercare; man mano, nel corso della lunga giornata riempivamo i contenitori di mirtilli, di fragole, di lamponi, di ribes e di funghi porcini. Il bosco è sempre stata una risorsa comune per le comunità di quei luoghi; mio nonno, lavorava per la sua tutela prima di morire nella campagna di Russia.

Il delirio di potenza nazista ha fatto pagare un prezzo enorme alla famiglia di mia madre; mia nonna è rimasta vedova a soli trent’anni con quattro figli a carico in un paese che era ormai sulla via della sconfitta e stremato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Tutto questo lasciò una cicatrice indelebile nel suo cuore, nella sua mente, nelle sue risorse economiche e di conseguenza nei suoi comportamenti. Le ristrettezze erano molte, ma il freddo e la fame erano ancora più forti. Per porre rimedio, durante la bella stagione, mia nonna approfittava di quanto il bosco poteva offrire e questa abitudine l’ha accompagnata fino alla fine dei suoi giorni. Le giornate successive alla raccolta erano dedicate alla preparazione di marmellate e confetture. Enormi pentoloni venivano messi a cuocere il frutto delle nostre fatiche sulla cucina economica di mia nonna alimentata con la legna raccolta. I vapori appannavano le finestre, i profumi di cibo aleggiavano per la casa, sembrava di essere nell’antro di uno stregone tratto da un racconto dei fratelli Grimm.

Ho corso solitario per chilometri

   Nel corso delle nostre passeggiate si percepiva che il bosco intorno a noi aveva qualcosa di misterioso; era come se volesse dirci qualcosa o come se noi volessimo sentircelo dire. Quante cose può raccontare il bosco a chi sa ascoltare e vedere con occhi lungimiranti. Quei luoghi, alcuni secoli fa, erano stati il teatro della guerra dei trent’anni, l’evento più disastroso di cui abbia sofferto la Germania, un evento peggiore delle guerre mondiali. Durante i ripetuti passaggi dei diversi eserciti stranieri, prevalentemente formati da mercenari, i famosi lanzichenecchi, si rifornivano saccheggiando, depredando, uccidendo e violentando la popolazione provocando dodici milioni di morti; di conseguenza il numero degli abitanti della Germania si era ridotto a circa quattro milioni. L’unica via di fuga per i superstiti era il bosco, chi riusciva a sopravvivere lo doveva alle poche risorse che poteva fornire il bosco. Mentre mi aggiravo all’intero di quei luoghi, sacri ai miei occhi e non solo, potevo captare la sofferenza della quale essi erano stati testimoni. Un sussurro impercettibile era in grado di mettermi in comunicazione con i miei antenati. Solo in questo modo mi è stato possibile capire il rispetto e la gratitudine che viene riconosciuta al bosco in quei luoghi. Il bosco, ovunque, non solo da noi, è una cosa viva, considerarlo una risorsa da depredare o sfruttare all’infinito è veramente da idioti. Le risorse del bosco, delle foreste, della natura sono una cosa che si rigenera se gli si lascia il tempo per farlo, secondo i cicli delle stagioni e non secondo il ciclo del profitto o, peggio, della miope stupidità. Nel corso delle mie corse, la cosa che ho percepito con più forza è stata la FAME che chi è scappato nel bosco ha dovuto patire. Come sono abituato a fare ovunque io viaggi, per conoscere meglio i luoghi, ho corso solitario per chilometri lungo i viottoli che si sviluppano lungo le colline sulle quali il bosco si stende come una coperta. Non c’era anima viva da salutare lungo i sentieri e le stradine. Il forte sole estivo filtrava attraverso la volta rassicurandomi; in cambio di nessuna cifra mi sarei aggirato in quel bosco di notte, ma mentre correvo per chilometri la luce del giorno annullava la sensazione di inquietudine che percepivo dallo stormire delle fronde. Ero sicuro che con l’arrivo dell’oscurità avrei potuto sentire l’ululato dei lupi affamati che nel corso dei secoli avevano conteso alle povere popolazioni locali quello che il bosco poteva offrire.

È giusto che il bosco e la natura siano rispettati con tanta devozione perché nei tempi passati è grazie a loro che i nostri progenitori hanno potuto sopravvivere e noi, che da loro discendiamo, ad arrivare fino a dove siamo. L’errore fatale che come genere umano stiamo facendo è quello di distruggere la risorsa naturale che è il bosco non solo come entità ecologica ma anche come legame con le nostre radici

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