Devo ammettere apertamente che sotto una scorza, peraltro molto spessa, di tolleranza nei confronti dei soprusi quotidiani da parte del prossimo, si cela in me un diavoletto in costante competizione con il mio angelo custode. Il diavoletto in questione è quello dell’insofferenza: quindi, poiché sono in via di confessioni, ammetterò che io odio, fortissimamente odio i messaggi vocali. Per questo, il diavoletto che mi possiede, uno dei tanti che ospito dentro di me, sottoporrebbe a sanzioni corporali chiunque li impone al prossimo suo. Perciò non li utilizzo mai. Voi direte come direbbe Rocco Schiavone: “… e stì cazzi!”, e fareste bene.
Forse non sono solo?
Ai piani alti di Meta, una delle recenti varianti in cui il Grande Fratello di Orwell si è incarnato e che condiziona pesantemente ogni istante delle nostre precarie esistenze, qualcuno deve avermi ascoltato, forse utilizzando un Trojan o uno spyware sofisticato; di conseguenza sanno che i messaggi vocali mi disgustano. Che lo abbiano capito perché spinti da spirito altruistico? Non ci scommetterei un centesimo. Le ragioni più verosimilmente sono che le persone/consumatori insofferenti sono meno propensi al consumo sui social media se sopraffatti dall’irritazione nei confronti del mezzo di comunicazione più diffuso. Di conseguenza il sistema di messagistica più diffuso è stato arricchito dell’opzione trascrivi che attenua un po’ la mia frustrazione consentendomi di sapere quello che i troppo numerosi comunicatori solipsistici vogliono farmi sapere. Come facilmente immaginabile nella maggior parte dei casi non ne valeva la pena di leggere le trascrizioni, ma per la vita dell’eremita non sono ancora pronto e un po’ di superfluo nel mare del vuoto pneumatico non nuoce troppo.
Educazione e netiquette
Una delle domande senza risposta che inutilmente mi pone il diavoletto che si nasconde nella profondità dei miei meandri mentali, quando mi trovo di fronte a questi messaggi vocali, è quale idea di sé, o quale disturbo di personalità, possa spingere degli esseri umani a parlare per interi minuti, anche più di cinque, al microfono di un telefonino tenuto in mano come si terrebbe il piattino che si usa per non far cadere l’ostia consacrata durante l’eucarestia. Lo fanno con tale convinzione che è indice della certezza che qualcuno li ascolti. La cattiva educazione è comprensibile, ma non giustificabile. Se i nostri genitori non ci hanno insegnato le buone maniere, non è tollerabile che un utente accanito dei social media, quindi sempre connesso digitalmente, non faccia una breve ricerca sul web su quali siano le regole del buon comportamento. Se lo facesse, troverà materiale in abbondanza su cui riflettere. Da anni si parla di NETIQUETTE, delle regole di educazione da tenere sul web; perché ignorarle?
Perché non scegliere il dialogo?
Cosa dire poi del senso pratico? Non è mia intenzione di imporre il mio punto di vista, ma mi permetto di esporlo con garbo. A mio sommesso parere di fronte alla necessità di comunicare ed affrontare un problema tempestivamente, perché scambiarsi messaggi vocali o di testo quando con il telefono si potrebbe dialogare in diretta? Avete sempre il telefono in mano, perché non rispondete alle chiamate per parlarvi direttamente? Uno degli interlocutori non è disponibile? Perché non darsi un appuntamento telefonico in un secondo momento? Pare quasi che certi messaggi siano frutto di un bisogno da soddisfare, di una necessità di scaricare un peso che grava nelle viscere, dopo aver soddisfatto la quale non ci si pensa più.
Sono di estrazione hegeliana, il suo metodo dialettico non è basato su un dialogo tra sordi come è quello social, ma è quello che aiuta a definire le questioni e le decisioni in base ad un dibattito tra tesi e antitesi per giungere infine ad una sintesi. Tutto ciò è bene che avvenga in tempo reale; in diretta si possono ascoltare le sfumature, è possibile cogliere dettagli dal tono della voce, si può intuire il linguaggio del corpo, tutte cose che ci mettono in grado di capire in profondità quanto il nostro prossimo vuole davvero esprimere. Per questo preferisco la discussione, il riscontro immediato rispetto alla barriera della tastiera o del microfono che ci nasconde agli occhi del prossimo e che autorizzando la registrazione ebete e mistificabile di quello che non riusciamo a dirci di persona ci tiene intrappolati dai nostri inseparabili e imperdibili smart (quanto?) phones.