LA NOSTRA LIBERTà INIZIA CON LA DISOBBEDIENZA CIVILE ALLA DITTATURA DELLA NOSTRA MENTE ERRANTE
Aiutato da un libro dal potenziale dirompente mi confronterò con un tema davvero difficile e scomodo: quello del mal di vivere con cui ognuno di noi, prima o poi, man mano che trascorrono gli anni, deve confrontarsi. Non mi riferisco alla depressione, ai disturbi di tipo psichiatrico o psicologico, quelle sono patologie che dopo essere state diagnosticate da professionisti competenti devono essere trattate con specifiche terapie; faccio riferimento a quella sensazione che nonostante tutto riesce a insinuarsi in noi e condizionarci. Capire la ragione di molto del disagio che ci circonda e in cui siamo quotidianamente immersi è il primo passo per liberarci dai condizionamenti e dai pregiudizi che limitano le nostre esistenze. Il libro è stato scritto da Vincenzo Di Spazio e si intitola “Disobbedire alla Mente Errante”.
Quando non eravamo gli unici uomini
Cosa rende diversi noi umani, appartenenti alla specie Homo Sapiens, dagli altri abitanti del pianeta terra? Di certo non la genetica; condividiamo con tutti gli esseri viventi le stesse origini e lo stesso DNA. Con gli scimpanzè ed i bonobo abbiamo in comune il 99% del DNA, con i gorilla il 98% e con i gatti il 90%. Quell’1% che manca per essere uguali ad uno scimpanzè non spiega così tanta differenza. Il nostro percorso evolutivo si è separato da quello degli scimpanzè circa 6 milioni di anni fa: ciò significa che siamo cugini. Abbiamo un antenato in comune. 6 milioni di anni fa una nostra progenitrice comune appartenente ad una specie ormai estinta partorì due figli dai quali in tempi successivi si sono evolute specie diverse: il genere Homo e gli altri generi di scimmie antropomorfe. Per milioni di anni, il nostro genere Homo, o meglio, quello dei nostri progenitori era uno dei tanti tra i generi viventi; non eravamo in cima alla catena alimentare, condividevamo lo spazio evolutivo in competizione con molti altri generi e specie. Questo spazio comune all’inizio si trovava in Africa dove circa 2.5 milioni di anni fa ha fatto la sua prima comparsa il genere Homo. Di questo genere, noi Sapiens, non eravamo gli unici rappresentanti; sul nostro pianeta sono esistite tra le dieci e le venti diverse specie del genere Homo oltre alla nostra. L’Homo Sapiens, la nostra specie, comparsa circa 300.000 anni fa in Africa, fino a qualche decina di migliaia di anni fa, ha convissuto con l’Homo di Neanderthal e l’Homo di Denisova dei quali nel nostro corredo genetico rimangono parti significative; questo vuol dire che prima che le altre specie del genere Homo si estinguessero, noi Sapiens ci siamo ibridati spesso con loro; significa che i nostri progenitori hanno fatto sesso con umani di altre razze.
L’importanza di saper raccontare una storia
L’Homo Sapiens, durante le sue continue migrazioni, ha lasciato l’Africa più volte senza lasciare di sé tracce significative, fatto salvo l’ultima volta che una parte di noi ha lasciato l’Africa, circa 70.000 anni fa. Come già detto, fino ad allora la specie dell’Homo Sapiens era solo una delle tante altre esistenti, ma in quel periodo, circa 70.000 anni fa, ebbe luogo un grande cambiamento: la RIVOLUZIONE COGNITIVA. Da allora la comunicazione tra esseri della nostra stessa specie non si è più limitata alla trasmissione di informazioni pratiche, come indicare da dove potrebbe arrivare un pericolo o dove trovare il cibo. In quel particolare momento è emersa la capacità di raccontare storie, la capacità di creare finzioni, quella di descrivere cose che non esistono e poi di crederci. È da quel momento che piano piano i nostri antenati hanno colonizzato tutto il mondo. La capacità di creare storie, quella di creare il pettegolezzo, quella di fare gossip ha unito più di qualsiasi altra cosa gli umani tra di loro e ha consentito di allargare le comunità e di aggregare più persone in progetti comuni. Le prime aggregazioni erano finalizzate alla caccia, persino cacce difficili e lunghe come quella ai Mammoth nel freddo della Siberia. Poi è comparsa la religione per accomunarci verso un sogno collettivo e successivamente ci siamo aggregati nei progetti di conquista. La nostra è una specie i cui singoli individui hanno meno forza muscolare di tutti gli altri animali di pari taglia, ma aggregati siamo stati in grado di dominare il mondo.
Siamo rimasti gli unici
Più avanti, più o meno a partire da 12.000 anni fa, c’è stata la RIVOLUZIONE AGRICOLA che ha portato all’addomesticazione di piante e animali che ci ha consentito di abbandonare la nostra condizione di CACCIATORI E RACCOGLITORI e di diventare stanziali. Dopo i villaggi di capanne abbiamo fondato le prime città diventate poi stato con regole e leggi a cui hanno fatto seguito i regni e gli imperi. L’Homo Sapiens che era solo una delle tante specie viventi è diventata la specie dominante sul nostro pianeta. Siamo stati in grado di primeggiare in ogni ambito, in grado di cambiare l’ambiente, di influenzare il clima, in grado di provocare estinzioni di massa e capaci di viaggiare nello spazio grazie alla RIVOLUZIONE SCIENTIFICA iniziata cinquecento anni fa. Del genere Homo alla fine siamo rimasti gli unici, gli altri nostri simili si sono (o sono stati) estinti.
La forza della nostra mente
Torniamo allora alla domanda di partenza dopo questa necessaria digressione: cosa ci ha differenziato dagli altri esseri viventi consentendoci di arrivare fino a qui? Si tratta di una cosa immateriale ma potentissima: la nostra MENTE. La mente è uno spazio virtuale che esiste solo all’interno del nostro cervello in cui avviene ciò che ci rende consapevoli di noi stessi e del mondo esterno, nella mente percepiamo le sensazioni, elaboriamo i pensieri e viviamo le emozioni relative alla realtà e alla fantasia tramite le quali possiamo interagire con gli altri esseri umani.
La mente errante
La MENTE è lo strumento che ci ha reso specie dominante; è nella nostra mente l’ambiente all’interno del quale è avvenuta la rivoluzione cognitiva. Ma come si sa bene, non esistono pasti gratuiti. Il rovescio della medaglia è che la nostra mente è anche il luogo all’interno del quale siamo intrappolati. All’interno della mente di noi esseri umani, nel corso dei millenni, si sono radicate le convinzioni sabotanti e le credenze limitanti che impediscono una vita piena di serenità e di soddisfazione. È solo all’interno della nostra mente che esistono la rabbia, la paura, il senso di colpa, la disperazione; queste emozioni sono tutte trappole invisibili che imprigionano ciascuno di noi, e purtroppo popoli interi, avvolti nelle scorie di un passato che non passa mai.
Il dottor Vincenzo Di Spazio definisce questa condizione con una precisione, con un disincanto che in un primo tempo ho ritenuto cinismo. La descrizione precisa della realtà in cui viviamo immersi è identificabile con la MENTE ERRANTE, che non è null’altro che una sovrastruttura in grado di immaginare (inventarsi) scenari futuri catastrofici e distruttivi, che non esistono se non all’interno di noi stessi, ma che comunque condizionano negativamente le nostre esistenze in una spirale di sofferenza in cui il pensiero è congelato nei vortici di un qualche vissuto traumatico passato ed irrisolto. Non c’ è nulla di nuovo in tutto questo, nel corso del secolo scorso si è erroneamente attribuito a Mark Twain questa affermazione: “Gran parte della mia vita è trascorsa a preoccuparmi di cose che non sono mai accadute”, pare che prima di lui concetti analoghi li abbia espressi Montaigne nei suoi “Saggi” risalenti alla seconda metà del ‘500, opera intrisa dello scetticismo che analizza i meccanismi della mente umana. Quindi da un po’ alcuni di noi si sono resi conto che chi tormenta sta all’interno di noi stessi.
Anche il pensiero ha un lato oscuro
Possiamo definire tutto questo PENSIERO SABOTANTE; si tratta del pensiero basato su credenze limitanti. Si può affermare che queste agiscano come VIRUS COGNITIVI ed emozionali che fiaccano ogni nostra possibile resistenza attraverso la loro continua replicazione. Essi imprigionano la vittima con legacci invisibili, ma indistruttibili, se non si sa come affrontarli. È incredibile come tutto ciò avvenga sotto i nostri occhi e come sia prassi quotidiana averne esperienza diretta senza che avvenga una qualunque ribellione.
La nostra mente, lo strumento che è riuscito a far assurgere la nostra specie alla dimensione di divinità creatrice, ha in sé un lato oscuro del quale di solito non siamo consapevoli. Il nemico occulto, quello nascosto dove non ce lo aspettiamo è sempre quello peggiore; esso è in condizione di tendere agguati improvvisi in qualsiasi momento. La MENTE quando diventa ERRANTE ci ha in pugno, per questo è il nostro più grande nemico. Di conseguenza di fronte ad un evento traumatico di qualsiasi natura la nostra mente non riesce o non ha nessuna intenzione di metabolizzarlo; anzi preferisce indulgere nella condizione di intorpidimento e inazione invece di reagire. Per ragioni evolutive e bioenergetiche la nostra mente è pigra e di questa caratteristica paghiamo un prezzo salato. La nostra specie è pigra per risparmiare energia, ci siamo evoluti nelle privazioni, lo spreco dell’energia poteva essere fatale, sopravvivere era l’imperativo. Il nostro prezioso cervello che pesa poco più di un chilogrammo consuma almeno il 20 % dell’energia che introduciamo, il cambiamento e la reazione necessitano di energia: per questo siamo pigri e ci facciamo intrappolare dalle routine con facilità.
Possiamo ribellarci alla nostra mente?
A questo punto la libertà si conquista in maniera controintuitiva: reagendo, agendo, compiendo azioni che non producano Pensieri Sabotanti, azioni che ci impediscano di farci dominare dalla ruminazione continua di pensieri negativi. A lungo ho pensato che la meditazione consistesse nel focalizzare il pensiero verso mete elevate; mi sbagliavo, così come fallimentari erano i miei tentativi di svuotare la mente dai pensieri rimanendo fermo immobile e zitto. Sono sempre stato affascinato dai monaci tibetani mentre recitano i loro Mantra, una fascinazione un po’ presuntuosa, tipicamente occidentale, quella di chi li vedeva come persone un poco naif, intenti ad una attività ingenua connessa alla religione. Nulla di tutto questo: i monaci vocalizzano perché solo così riescono a svuotare la loro mente dai pensieri sabotanti. ORA ET LABORA è la regola benedettina, da migliaia di anni si sa che l’azione e la preghiera, ad alta voce, meglio se cantata, sono il viatico per il paradiso e per vivere meglio qui in terra. La meditazione non consiste nel volgere il pensiero a mete elevate, ma nel focalizzare le nostre azioni e i nostri i pensieri lontano da dove la mente errante ci vorrebbe. La nostra mente ci intrappola, non è facile liberarcene, ma possiamo creare delle TAZ (zone temporaneamente autonome, come quelle teorizzate da Halim Bey, filosofo anarchico e utopista, a livello sociale per sfuggire al costante controllo statuale oppressivo) dal controllo poliziesco che la nostra mente errante esercita di continuo sui nostri pensieri e sui nostri comportamenti. La disobbedienza civile ai comandi coercitivi apre a prospettive di libertà e di azione autonome, lontane dal condizionamento del giudizio altrui.
Di Spazio utilizza “…la parola Disobbedienza per sottolineare quale compito ci attende per rendere la nostra esistenza un viaggio meno faticoso e inutilmente penoso.”
“Ma disobbedire a chi o cosa? Questo è il tema centrale della ricerca… il tentativo di condividere con chi legge una nuova visione della vita… il frutto maturo dell’ascolto, la capacità di sentire ciò che le Persone cercano di comunicare attraverso il linguaggio del corpo oppresso dal disagio senza essere ostacolate eccessivamente dal pregiudizio della conoscenza.”