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La curva del cambiamento: accettare, affrontare, gestire le vicende della nostra vita e della professione dell’Ortodonzia.


Ugo d'Aloja - 28 Luglio 2026 - 0 commenti

  Che bello sarebbe se tutte le vicende in cui siamo quotidianamente affaccendati prendessero sempre la piega che ci piacerebbe; invece no.  Anzi; talvolta, dietro alla montagna di problemi che si accumulano, ci convinciamo che ci sia qualcuno che rema contro. Così diventiamo propensi a credere che quel qualcuno, o qualcosa di non ben definito, abbia congegnato un piano diabolico finalizzato a sabotare le nostre esistenze. Ci fa comodo convincerci che le cose stiano così pur di non dover fare la fatica di cercare i veri motivi per cui le cose non vanno. In poche parole, in questi casi, piuttosto che agire, ci foderiamo gli occhi di prosciutto e ci crogioliamo nella stucchevole melassa delle lamentele e delle recriminazioni.

Purtroppo ci sono alcuni casi, quando le cose cambiano, che lo fanno in maniera davvero drammatica; è la nostra natura che ci fa trovare così impreparati a questa novità che la nostra prima reazione di fronte al muro del fallimento è il suo rifiuto.

La curva del cambiamento

   Elisabeth Kuebler-Ross, una psichiatra svizzera formatasi a Chicago, ha studiato questo fenomeno lavorando con i malati terminali. Nel 1969 ha pubblicato i risultati dei suoi studi in un libro che illustra la sua famosissima curva: quella del cambiamento. La curva del cambiamento descrive in cinque fasi le reazioni dei pazienti di fronte ad una prognosi esiziale. Per estensione, si è capito che quella curva è applicabile a tutte le nuove situazioni impreviste in cui tutti noi improvvisamente prima o poi inciampiamo. Dentro ciascuno di noi, come primo istinto di fronte ad una novità sgradita, emerge una vocina che urla “NO”, non è possibile, non a me, tutto ciò è ingiusto, io lo rifiuto. Siamo tutti fatti così, rifiutiamo, fortissimamente rifiutiamo, non solo le disgrazie, ma pure i cambiamenti imprevisti, quelli meno terribili.

La realtà è più testarda di noi

Forse è una questione di pigrizia quella che ci fa reagire così, che in altre e più sofisticate parole significa che forse è colpa del nostro cervello che da sempre è impostato nella modalità “a risparmio energetico”, per cui se può, la nostra mente evita lo sforzo di dover cambiare. Da lì parte il rifiuto. Ma la realtà ha la testa più dura della nostra; la realtà è terribilmente testarda e come lei lo sono i fatti che essa produce. Per questo, dopo un po’, la politica del rifiuto non è più sostenibile, Dopo un po’, che può essere, il po’, anche lungo, ma non deve essere troppo lungo, salvo precipitare in un disturbo persistente e complicato da curare, qualcosa inesorabilmente cambierà. Quindi il rifiuto non deve diventare, finché un po’ di buonsenso esiste, eterno – eterno lo sarà solo quel tipo di riposo che tutti cerchiamo di rimandare al più tardi – infatti di solito dopo un po’ le cose cambiano e piano piano ci adattiamo: ma è una cosa che non può accadere subito.

Dalla rabbia all’adattamento

Prima di adattarci resistiamo, per cui dopo il rifiuto scatta la rabbia, una rabbia cieca e sorda che non sente ragioni.   

La forza più potente che contraddistingue la nostra specie, una delle caratteristiche che ci ha consentito nel corso dei millenni di diventare dominanti nonostante di esseri dominanti non abbiamo il fisico, è la capacità di adattamento. Ci siamo adattati ad ogni luogo e clima pur di sopravvivere ed è accaduto sempre al prezzo di enormi sacrifici e sofferenze che sono uno dei registri più frequenti delle nostre tribolate esistenze. Per questa ragione, inoltrandoci lungo il percorso della curva, dopo la rabbia subentra la fase della contrattazione, detto anche patteggiamento con la realtà o con entità superiori per chi ha fede, per provare a mitigare la sofferenza. Siccome non è facile riuscire in questo, inesorabilmente ci deprimiamo e sprofondiamo nella tristezza e nel dolore, consapevoli che non si tornerà mai più indietro. Questo è un momento cruciale per l’elaborazione perché corrisponde alla ripresa del contatto con la cruda realtà che ci consentirà di inoltrarci verso il viale dell’accettazione. Si tratta di quel momento dal quale in poi, piano piano, ci si riprende, con nuovi occhi, senza aver scordato nulla di quanto accaduto nel passato, andando a guardare verso un nuovo futuro.

Possiamo imparare solo se siamo umili

Cosa posso imparare da questa lezione che prima o poi, con diversi livelli di sofferenza a seconda del problema vissuto, chiunque di noi, se non lo ha già fatto, dovrà affrontare? Di certo non sono così presuntuoso da voler insegnare qualcosa a chi mi legge, è la vita quella che prima ci fa l’esame e poi la lezione, ma potremo ricavare qualcosa di utile per noi solo se avremo l’umiltà di metterci in discussione quando ci troveremo di fronte ai problemi.

La curva del cambiamento in ortodonzia

L’ortodontista non è solo un tecnico dello spostamento meccanico dei denti, prima di tutto è un medico, cioè una persona che dovrebbe essere in grado di capire chi si rivolge alla sua competenza per risolvere problemi dei quali nella maggior parte dei casi non è compiutamente consapevole. In prima battuta neppure l’ortodontista accorto è del tutto consapevole del problema che gli viene posto, se ritiene di esserlo, il quel preciso momento sta peccando di superbia, il peggiore dei vizi capitali. Mentre Socrate ci ha insegnato che “il saggio sa di non sapere”, la tradizione popolare veneta ci insegna che “el savio non sa gnente, l’inteligente sa poco, l’ignorante sa tanto, el mona sa tuto!”; per questo di fronte ad un paziente sarà necessario affrontare con lui il percorso della diagnosi allo scopo di sviscerare in profondità la problematica che ci viene posta. Si tratta di un percorso di conoscenza che affronteremo tenendo per mano i nostri pazienti perché di fronte al risultato di un percorso diagnostico la prima loro reazione sarà lo shock e il rifiuto, proprio quello descritto così bene dalla curva del cambiamento. Il paziente medio, o i suoi genitori nel caso si tratti di un minorenne, di fronte a quello che agli occhi del medico apparirà evidente, si chiederà se è davvero così, se sarà davvero necessario affrontare quel percorso; avete già letto di questa reazione?

L’importanza del viaggio

Appare quindi evidente quanto padroneggiare in pieno la tecnica non sia sufficiente in ortodonzia anche se possedere una ottima tecnica è un prerequisito indispensabile. Una ottima tecnica, fornita da un professionista serio ed esperto, è la base su cui si fonderà una ottima comunicazione. Il percorso di un trattamento ortodontico non è mai breve, è come un lungo viaggio durante il quale accadranno molte cose, spesso impreviste, rispetto alla gestione delle quali l’ortodontista dovrà essere attrezzato e preparato in modo da non perdere il paziente per strada. L’ortodontista dovrà gestire le aspettative ricaricando costantemente la motivazione. Dovremo aspettarci sempre che durante le svariate fasi di ogni trattamento i nostri pazienti provino le emozioni descritte dalla curva del cambiamento perché per loro le novità saranno all’ordine del giorno, non tutte gradite. Il pieno successo di un trattamento ortodontico non dipenderà solo dal risultato clinico ma soprattutto da come i pazienti vivranno l’esperienza. In ORTODONZIA è sempre più importante il viaggio della meta.     

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