Talvolta, spinto dalla curiosità e dalla cronaca, va a finire che la mente errante mi trascini su terreni accidentati solcati da strade infide. Per questo motivo, pur sapendo che si tratta di uno sforzo vano, mi intestardisco nel cercare di capire qualcosa a proposito dell’attuale situazione in Medio Oriente. È così che sono incappato in un libro il cui titolo è il “Grande Medio Oriente” scritto da Robert D. Kaplan, un politologo americano annoverato, niente di meno che, “tra i cento più importanti pensatori globali”; d’altronde basta leggere la sua nutrita bibliografia per crederci. La tesi sostenuta dall’autore è che la storia del Medio Oriente sia alla base di quella di tutto il mondo attuale e che per comprenderlo dovrebbe essere considerata una realtà molto più ampia di quella limitata alla scarsa decina di paesi turbolenti che ci vengono in mente quando sentiamo pronunciare quelle due parole. È lo stesso Kaplan, nel suo libro, a definire l’estensione di questa più ampia realtà chiamandola il “Grande Medio Oriente”.
Come guardare al passato
L’idea di fondo che ho colto, e che ho fatto mia, è che solo conoscendo a fondo il passato sia possibile, per ciò che mi riguarda aggiungo forse, intravedere un po’ di ciò che potrebbe riservarci il futuro. In altre parole ho compreso che solo grazie ad una visione ampia ed estesa della realtà in cui viviamo possono essere interpretate le cose del passato e che solo da quel punto in avanti potremo provare ad immaginare come esse stiano influenzando ciò che accade oggi. Come ovvio da tutto ciò non deriva nessuna garanzia a proposito delle previsioni su quello che ci riserverà il futuro. All’opposto una visione ristretta è destinata a mantenerci impantanati in un presente drammatico, condannato alla coazione a ripetere: guarda un po’, è proprio quello che sta accadendo in Medio Oriente (e non solo, purtroppo).
Un giro un po’ largo
Mi rendo conto, mi succede anche mentre scrivo, che spesso, prima di arrivare al punto verso il quale sono diretto, io mi trovi a prendere un giro un po’ largo; accade anche in questo caso. Sono consapevole di essere partito parecchio da lontano per arrivare a quello che voglio dire oggi, ma lo spunto fornito da questo libro, che è riuscito ad affascinarmi e ad aprire la mia mente, non me lo potevo far sfuggire.
Parto dalla tesi che esso sostiene: le cose, rispetto a come ci appaiono ad un primo sguardo, sono molto diverse, soprattutto se facciamo lo sforzo di andare oltre la superficie per guardarle in profondità. Partendo da questa considerazione, attraverso un azzardato volo pindarico in planata discendente, sono sceso ad un livello decisamente molto più basso; d’altronde si sa che prendendo come riferimento le alte vette toccate dalla Storia uno come me possa solo scadere, forse in picchiata più che in planata.
Dal Grande Medio Oriente alla Grande Ortodonzia
Il mio punto di vista è che un ragionamento analogo a quanto detto rispetto al Medio Oriente, potrebbe essere esteso anche all’Ortodonzia: cioè esiste l’Ortodonzia, che è una bella professione, ma soprattutto esiste la Grande Ortodonzia, il più bel lavoro del mondo (per me).
Vogliamo iniziare a fare i Medici?
A tutti gli ortodontisti, nel corso della propria carriera professionale come nella vita, capita continuamente di dover prendere decisioni operando scelte più o meno importanti. Alcune di queste scelte sono esistenziali. Una di quelle più importanti è relativa ad una domanda che ho sentito recentemente porre ad un uditorio di ortodontisti da parte del dottor Daniele Manfredini che è una massima autorità mondiale nel campo dei disturbi cranio cervico mandibolari e del bruxismo. La domanda è la seguente: “odontoiatri, volete continuare a fare gli odonto-tecnici oppure volete iniziare a fare i Medici?” Ho interpretato Daniele in questo modo: la tecnica, che è la base imprescindibile su cui ogni Medico deve costruire la propria vita professionale, pur essendo necessaria non basta. Padroneggiare la tecnica. per diventare un bravo Medico, è un prerequisito indispensabile ma non sufficiente. Di certo se l’Ortodonzia non è altro che un mezzo, per quanto sofisticata e complessa sia la sua pratica, essa deve essere padroneggiata al meglio, ma al contempo è indispensabile sapere che dobbiamo avere ben chiaro che la tecnica non è il fine della nostra attività professionale. Il fine è il pieno recupero funzionale della salute psico-fisica di ogni nostro paziente al meglio del possibile. Il fine è la CURA, l’apparecchio non è altro che uno dei mezzi con cui la realizziamo. Sottolineo questo concetto perché troppo spesso l’ortodonzia gioca con i denti come se fossero pedine di una scacchiera perdendo di vista il fatto che a quei denti sono attaccate delle persone. L’approccio digitale alla professione, con la pianificazione terapeutica al computer, sta accelerando la tendenza alla rimozione di questa informazione fondamentale, portando verso la spersonalizzazione della relazione terapeutica.
Il successo terapeutico e il ruolo del paziente
La Grande Ortodonzia apre alla possibilità di considerare il paziente che si rivolge a noi nel suo insieme. Perché quel dente è storto e perché quel sintomo si sta manifestando? Sono queste le prime domande, seguite poi da moltissime altre, che nel corso di una approfondita anamnesi dovremmo porci sempre. Sono queste domande le prime che quando siamo in procinto di intraprendere un trattamento devono ricevere una risposta. Risposta quasi mai del tutto esaustiva, ma imprescindibile da formulare. È da questo momento in poi che la Grande Ortodonzia ci rende Medici. Medici in grado di diagnosticare e poi, se possibile, di trattare quadri clinici complessi come quelli rappresentati dai “DCCM, disturbi cranio cervico mandibolari” in inglese TMD, dai “disturbi neuro muscolari del sistema stomatognatico” come il Bruxismo, dai “disturbi respiratori del sonno” che nel loro crescendo, dal russamento possono sfociare nell’OSAS (la sindrome delle apnee ostruttive durante il sonno) e non solo i “denti storti”. Il bravo Medico prima di tutto è un consulente/counsellor del paziente; se non ne siamo consapevoli ci troveremo facilmente impantanati nel terreno dell’insoddisfazione, della frustrazione e della delusione del paziente e nostra. Con il termine counsellor intendiamo quell’operatore sanitario che essendo in possesso di informazioni e competenze specifiche le mette a disposizione dei propri pazienti aiutandoli nel percorso di comprensione prima e di scelta poi. Il medico dovrebbe utilizzare un metodo dialettico, un po’ come faceva Socrate che con la sua maieutica riusciva a far partorire all’anima dei propri studenti la “verità”. La risposta sta dentro di noi; di certo non pretendiamo la “verità” assoluta, sarebbe pura superbia la nostra, quella che in greco viene chiamata ybris, è più che sicuro che siamo ad un livello molto più basso di Socrate, ma mettendo a frutto tutte le nostre competenze ed esperienze abbiamo la possibilità di diradare un po’ la nebbia in cui molti dei nostri pazienti navigano. Talvolta l’impresa è ardua perché ci sono pazienti che non hanno la minima idea di quale sia il loro vero problema; i pazienti vedono o percepiscono solo il sintomo, cioè i denti storti nel nostro caso, e solo di questo si preoccupano. A nessuno di loro viene in mente di chiedersi perché. Il nostro primo compito, la maieutica, è quello di educarli, di tirar fuori da loro stessi le risposte, dandosi alcune spiegazioni sul caso in modo che la scelta terapeutica possa diventare la conseguenza di un percorso graduale di consapevolezza in cui il paziente stesso uscirà dalla dimensione di chi subisce passivamente ed entrerà in quella di coprotagonista attivo della cura. Il successo terapeutico in medicina come in ortodonzia è sempre frutto del lavoro di squadra. Il successo di una terapia non è mai solo del medico, ma sempre lo è anche del paziente, basta che venga motivato e coinvolto.