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LA SCIENZA IN ORTODONZIA


Ugo d'Aloja - 5 Maggio 2026 - 0 commenti

La specie dominante

 Nel corso dell’evoluzione della nostra specie abbiamo beneficiato di alcuni salti tecnologici concreti che hanno contribuito a rendere il genere Homo la specie dominante su questo mondo. In questo modo siamo riusciti a “staccarci” dagli altri animali. Tra questi passaggi determinanti c’è stata la scoperta del fuoco, l’introduzione dell’agricoltura, la domesticazione di alcuni animali, l’utilizzo dell’ago e poi moltissime altre cose ancora. 

Ai salti tecnologici riferibili a cose concrete, cose che si possono toccare e maneggiare, si aggiungono anche i salti che appartengono a cose astratte come sono l’elaborazione del linguaggio articolato o la consapevolezza di sé. Anche queste hanno contribuito a fare di noi quello che siamo oggi.

Qualcuno potrebbe obiettare che tutti questi salti di qualità, riferibili a cose concrete o astratte, alla fine non hanno portato ad un reale vantaggio per tutti. Infatti c’è stato chi sfrutta (pochi) e chi è stato sfruttato, schiavizzato e condannato ad una vita infelice (molti). Si obietta che perdere lo stato di natura è stata una sconfitta che ha peggiorato la nostra la vita; io non sono tra questi anche se spesso il tarlo del dubbio mi induce a pensieri incendiari.

Eravamo una specie come tante altre, una specie che alle sue origini non era neppure posta in cima alla catena alimentare, tra le altre specie: c’era chi era più forte, chi più veloce, chi più grande di noi. Eravamo più prede che predatori. Poi qualcosa è cambiato e pure in fretta: il grande cambiamento è avvenuto in pochi millenni, un’inezia temporale all’interno della lunghissima storia dell’evoluzione.

Togliamoci i paraocchi. Anche in ortodonzia.

La consapevolezza di sé, tra le cose astratte che hanno favorito i salti di qualità, senza stilare una classifica come quelle che fa di continuo Nick Hornby nel suo romanzo “Alta Fedeltà”, è stata uno degli elementi essenziali alla base del grande cambiamento. Più che mai lo è stata e lo è da quando la nostra specie vive in comunità. Da allora risulta importante l’esame di coscienza, proprio quello che ci insegnano durante il catechismo che frequentavamo da bambini.  Vivere con i paraocchi senza fare alcuno sforzo per cogliere i cambiamenti sempre più rapidi del contesto che ci circonda non è mai stato opportuno; la realtà attuale consiglia caldamente di guardarci intorno sempre con maggiore attenzione. Vale anche per gli ortodontisti: chiederci chi siamo, cosa facciamo e perché, è vitale per affermare la nostra identità e per sopravvivere con successo.

Perché l’ortodonzia non è una scienza esatta?

 Iniziamo a porci qualche domanda leggera su quello che facciamo: l’ortodonzia è una scienza esatta? La risposta secca è no: no, non lo è proprio! Ma perché? Perché nessuno di noi ortodontisti è ancora capace di prevedere esattamente i risultati dei propri trattamenti. Con un termine che va di moda, possiamo dire che i risultati che ci piacerebbe ottenere, molte volte sono scarsamente predicibili. Sono troppe le variabili che influenzano le nostre diagnosi e le nostre terapie che non governiamo con precisione. La prima di queste variabili è la biologia che pur rispondendo a leggi precise, in ciascun individuo si manifesta diversamente a causa di fattori ambientali, ormonali, biochimici e anatomici che mutano nel tempo.

 Una seconda variabile è la collaborazione dei pazienti; la loro aderenza alle indicazioni di noi medici sarà totale? Siamo proprio sicuri che nostri pazienti faranno tutto con la diligenza che viene loro richiesta e che è parte necessaria per il successo delle terapie?

 Una ulteriore variabile che si aggiunge a proposito delle indicazioni fornite dai medici ai pazienti è la seguente: sono sempre esatte? Non esistono protocolli universalmente condivisi per tutte le procedure cliniche, soprattutto in ortodonzia, ci si sta lavorando da tempo, ma la materia è complicata ed in aggiunta il percorso è lastricato dai pregiudizi di quegli esperti che confondono l’esperienza con la scienza.

Valori medi, dati statistici e una postilla

 Una recente ricerca si è posta una domanda a cui nessun ortodontista onesto è finora stato in grado di rispondere con certezza prima di intraprendere una terapia: quanto ci metteranno i denti storti ad allinearsi? La risposta della ricerca è stata: 263 giorni nell’arcata mandibolare.

Questo valore è frutto di una metanalisi, cioè di un tipo di analisi statistica che corrisponde a una revisione sistematica della letteratura scientifica sull’argomento.  Come detto si tratta di un valore statistico, cioè di un numero puramente indicativo, un valore medio, come il pollo a testa di Trilussa che tutti dovrebbero aver mangiato. Aggiungo una postilla: c’è ancora chi pensa che basti allineare i denti per potersi definire Ortodontista?

Avvolti nella nebbia

 Comunichereste in questi termini ad un vostro paziente in cerca di rassicurazioni la realtà delle cose? Non sarebbe proprio rassicurante. Vediamo ora il rovescio della medaglia, permettetemi di ribaltare il tavolo da gioco: è un grande passo avanti nella vita di un medico quello che finalmente lo porterà a rendersi conto con piena consapevolezza di quanta incertezza si annida lungo il percorso terapeutico di noi ortodontisti.

Non va scordato che la ricerca di cui sopra non ha indicato l’entità dell’affollamento in partenza. Le metanalisi forniscono informazioni statisticamente significative, ma non ci dicono la verità. Purtroppo. La clinica di un singolo paziente è sempre una variabile individuale. Un punto vista piuttosto realistico sulla nostra condizione di umani è che viviamo avvolti dalla nebbia e che nonostante ciò siamo comunque abbastanza bravi a orientarci in questo mare di incertezza.

Di certezze non se ne parla. La medicina è così: chiamiamo Gold Standard una metodica condivisa allo scopo di affrontare al meglio una situazione clinica, ma spesso scordiamo che il Gold Standard è impossibile che fornisca il 100% di successo. Per fortuna che spesso i pazienti guariscono nonostante il dottore.

“…del doman non v’è certezza…”  amici miei.

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